JUVENTUS-MILAN: IL PARADOSSO DI UNA SQUADRA INCOMPIUTA TRA IL CUORE DI GATTI E L'ENIGMA DELL'ATTACCO

 


Di Filippo Vagli

L'ATMOSFERA DELL'ALLIANZ STADIUM E L'ANALISI DEL MATCH

La sfida dell'Allianz Stadium tra Juventus e Milan ha riconsegnato agli archivi l’immagine di una Signora dominante nel possesso ma terribilmente fragile nelle certezze. Il match ha ricalcato un copione tattico già visto recentemente contro il Parma: un Milan prettamente difensivo e attendista, venuto a Torino con l’unico obiettivo di chiudere ogni linea di passaggio per poi pungere in ripartenza. Nonostante una Juventus superiore sul piano della manovra, la rete di Cissé ha squarciato l'inerzia della gara, gelando lo stadio e innescando un immediato senso di scoraggiamento. La reazione bianconera, seppur difesa nel post-partita da Spalletti e Locatelli, è apparsa agli occhi dell’analista più timida che veemente. La manovra è risultata spesso fumosa, figlia di un possesso sterile che faticava a tradursi in occasioni nitide. È emerso un limite strutturale preoccupante: la squadra, una volta recuperata palla, preferisce la gestione conservativa all'aggressione dello spazio, palesando una cronica mancanza di coraggio negli ultimi trenta metri. Fino al forcing finale, la produzione offensiva è rimasta confinata a cross prevedibili e mischie confuse, confermando la sensazione di una squadra che, pur essendo "nella partita", non sa come azzannarla.

IL CASO COLOMANI E IL DILEMMA DELLA PUNTA

Il pareggio interno ha riacceso prepotentemente i riflettori sulla crisi di Kolo Muani, autore della sua prestazione più opaca dal suo arrivo in bianconero. Il centravanti è apparso in totale balìa dei difensori rossoneri, rimbalzando sistematicamente contro la retroguardia avversaria e fallendo completamente nell'attacco alla profondità. La sua è una crisi d'identità: un giocatore che sembra pensare troppo davanti alla porta, perdendo sei tempi di gioco prima di calciare, e che appare incapace di reggere l’urto fisico dei duelli. Il contrasto è diventato stridente con l'ingresso di Woltemade. Se Kolo Muani ha faticato a tenere un solo pallone, il subentrato ha mostrato, pur in soli quindici minuti, una superiore capacità di pulire i palloni sporchi e legare il gioco, offrendo quella sponda che Spalletti invoca invano dal suo titolare. Nonostante l'evidente insufficienza tecnica, l'allenatore ha ribadito la sua fiducia totale: "Sono salito sul carro di Kolo Muani e non scendo", ha dichiarato Spalletti, cercando di proteggere un investimento che, al momento, appare come un enigma tattico irrisolto, incapace di innescare la verticalità necessaria al gioco del tecnico toscano.

L'ESORDIO DALL’INIZIO DI ALAJBEGOVIĆ E LA QUALITÀ DEL CENTROCAMPO

In un panorama di incertezze, il debutto da titolare del diciottenne Alajbegović ha rappresentato quello che Spalletti ha definito uno "shock temporale". Il giovane ha mostrato una personalità cristallina, non soffrendo affatto l’atmosfera dello Stadium e mettendo in mostra un controllo orientato d'altri tempi, quasi avesse delle calamite al posto dei piedi. Sebbene la sua autonomia si sia esaurita nella ripresa, i suoi sprazzi di classe pura restano la nota più lieta della serata. A centrocampo, la Juventus ha vissuto di luci e ombre. Douglas Luiz è stato il migliore per costanza nel primo tempo, dimostrandosi l'unico capace di cucire i reparti con intelligenza tra le linee. Locatelli, pur protagonista di ottimi recuperi difensivi, ha confermato i suoi limiti storici nella precisione delle verticalizzazioni, arrivando spesso un centimetro indietro nella zona calda. Note contrastanti anche in difesa: se Bremer è apparso impeccabile e dominante, lo stesso non si può dire di un Kalulu lontano dai suoi standard abituali, apparso contratto e meno lucido del solito nelle letture preventive.

FEDERICO GATTI: IL DIFENSORE CON L'ANIMA DA CENTRAVANTI

Il pareggio agguantato in extremis ha confermato un paradosso che sta diventando una sentenza: il miglior centravanti della Juventus, per cattiveria e tempismo, è un difensore centrale. Il gol di Federico Gatti non è un caso isolato, ma il frutto di una capacità di aggredire l’area di rigore e fare sportellate che i veri attaccanti bianconeri non mostrano da anni. Il difensore ha mostrato una fame e un tempismo nel colpo di testa che sono mancati persino a profili come Vlahovic nelle ultime stagioni. La sua proiezione offensiva nei minuti finali è ormai una risorsa tattica deliberata per Spalletti, un piano B necessario quando gli esterni, con l'unica eccezione di un volitivo "Cico" Conceicao, rinunciano a puntare l'uomo e si limitano a passaggi laterali. È tuttavia riduttivo e sintomatico che una squadra con ambizioni di vertice debba sperare negli inserimenti di Gatti per risolvere i propri problemi realizzativi.

UN'IDENTITÀ IN COSTRUZIONE TRA ASSENZE ED EPISODI

Il giudizio finale sulla Juventus deve necessariamente tenere conto delle pesanti assenze. Non poter contare su giocatori del calibro di Yildiz, Thuram e McKennie (quest'ultimo considerato ormai un "top" per gli equilibri di Spalletti) ha privato la squadra di opzioni fondamentali per cambiare l'inerzia del match. Sul fronte arbitrale, resta il dubbio sul contatto in area su Kolo Muani. Il direttore di gara Mariani ha lasciato correre su quello che è apparso a tutti gli effetti come un pestone netto. Spalletti, pur accettando la decisione per uniformarsi ai nuovi criteri europei di non intervento del VAR, ha dovuto subire il paradosso di un fallo che, in altre stagioni, sarebbe stato sanzionato senza esitazioni. La Juventus di oggi è una creatura carina e con idee interessanti, ma ancora incompiuta e vittima di una timidezza che ne frena le ambizioni. Per trasformare i pareggi in vittorie, servirà molto più del cuore di un difensore: servirà la consapevolezza di non potersi accontentare.


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