McKennie, il jolly yankee che Spalletti ha resuscitato: da esubero a pilastro, la Juve accelera sul rinnovo
Di Filippo Vagli
Qualche mese fa, Weston McKennie sembrava il classico caso da "grazie e arrivederci". Contratto in scadenza a giugno 2026, spazio risicato e un cartellino che pendeva pericolosamente verso l'uscita, magari con un prestito low-cost a gennaio per far quadrare i conti. Immaginate: il buon Weston relegato a comparsa in un centrocampo affollato, con i rumors che lo davano già accasermato altrove, tipo Premier o MLS per un ritorno alle origini.
Poi arriva Spalletti, con il suo 3-4-2-1 fluido come un fiume in piena, e bum: McKennie rinasce. Non è solo fortuna, è chimica pura. L'americano, con quella sua stazza da bulldog e gambe che sembrano molle, si cala alla perfezione nel calcio Spallettiano: dinamico, senza moduli rigidi, tutto un "uomo contro uomo" dove conta l'adattabilità. Dopo la vittoria al Dall'Ara contro il Bologna – 2-1 sudato ma meritato – il tecnico lo inchioda con parole d'oro: «È il prototipo del calciatore moderno: si sposta ovunque, legge gli spazi e condiziona il gioco senza fare casino. E poi sorride sempre, non ha bisogno di ringhiare per farsi rispettare».
Parole che pesano, soprattutto se pensate da dove viene. McKennie alla Juve non è nuovo: da quando è sbarcato nel 2020 in piena era pandemia, ha sempre avuto alti e bassi. Ricordate il "McKennie-gate" del 2022, quando Paratici lo scaricò come un pacco postale? O il suo exploit nel 3-5-2 di Allegri, con gol pesanti e corsa infinita? Ora, con Spalletti, tocca il picco: 21 presenze tra Serie A e Champions, 1519 minuti sulle gambe, e pure due gol in Europa – contro Bodo Glimt e Pafos – festeggiati con quel gesto da maghetto di Harry Potter, bacchetta in mano e tifosi in delirio. Numeri che parlano: recuperi alti (media 2.1 a partita), duelli vinti (57% di successo) e inserimenti letali, perfetti per un centrocampo che deve coprire 90 metri senza ansimare.
Ma il vero asso nella manica di McKennie è fuori dal campo. Nello spogliatoio, è il "leader silenzioso" per antonomasia: sempre un sorriso, battute pronte, morale alle stelle anche nei momenti no. Compagni come Vlahović e Locatelli lo adorano – «È il nostro collante yankee», dicono nei corridoi di Continassa. In una rosa con personalità forti e una stagione zeppa di infortuni, questo conta oro. Lui stesso lo ammette post-Bologna: «Mi sento parte del progetto. So cosa vuole Spalletti, e mi gasa giocare ovunque: da mezzala a esterno, da distruttore a finalizzatore. I gol son belli, ma l'atteggiamento quotidiano è tutto».
La Juve ha capito l'antifona. Come anticipa La Stampa, i colloqui per il rinnovo sono partiti: contratto lungo, forse fino al 2028, con ingaggio ritoccato al rialzo (intorno ai 3 milioni netti). Da possibile esubero a intoccabile, McKennie ribalta la narrativa. Spalletti lo stima, i compagni lo amano, i tifosi lo incensano. In un calciomercato dove i parametri zero son la mannaia del bilancio, blindarlo è mossa da scacchisti. Chissà, magari diventerà il vice-capitano del futuro bianconero – silenzioso, ma letale.



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