Spalletti, il tornado emotivo che ha ridato il fuoco alla Juventus

 


Di Filippo Vagli

Quando le sirene bianconere hanno incominciato suonare, Luciano Spalletti non ha avuto un minimo di esitazione. È partito a razzo, atterrando il giorno dopo alla Continassa con un bagaglio straripante di idee, tattiche e quel carisma esplosivo capace di trasformare gli spogliatoi in arene gladiatorie. Non è stato solo un allenatore in arrivo: bensì la cura per un'anima juventina ferita, pronta a cancellare le ombre di un biennio grigio e a riaccendere il sorriso spento da troppi patemi. Il tempo stringeva, e non era possibile rivoluzionare tutto. Ciononostante, niente proclami soft o entrate timide, che avrebbero rischiato di dipingerlo come un alieno tra i bianconeri. Nei suoi primi attimi da tecnico Juve, Spalletti ha piazzato la prima stoccata nei corridoi: intercetta Mattia Perin e, con un ghigno ironico, gli spara: «Se sto bene? Dipende da voi, eh!». Boom. In quel momento si è conquistato non solo il portiere, ma l'intero popolo juventino, affamato di un leader che andasse oltre le rotazioni asettiche delle ultime gestioni. La squadra? Quella l'ha domata sul campo, sessione dopo sessione, spargendo il suo vangelo calcistico come semi di una rivoluzione. Ma Spalletti non è solo tattica: è teatro puro, un condottiero che scuote l'ambiente e tiene il passo con i big della Serie A. I tifosi non cercavano un semplice mister per ridisegnare schemi ma sognavano uno showman capace di galvanizzare le curve come in ossessione del “Dov’è Rocchi” di allegriana memoria. Lucianone ha sfondato i muri dei cliché: le pacche "amichevoli" a Miretti e Pedro Felipe per il berretto rubato a Reggio Emilia, il gesto fermo per rimettere Koopmeiners in riga prendendolo per il mento, fino allo schiaffetto motivazionale a Openda in occasione di Juventus – Benfica: «Sveglia, capito? Sveglia! Il tutto a sole 24 ore dai calcioni a Kelly e Adzic durante la seduta di rifinitura. E i giocatori? Ridono, rispondendo al fuoco con fuoco. Lo vedono come un padre severo ma leale, pronto a gettarsi tra le fiamme per difenderli. Ricordate il caso David, sciolto davanti a un piatto di pasta alle vongole condito con il Parigiano Reggiano? O gli improperi verso quel tifoso che si era improvvisato guru della panchina in Champions? Guai a sfiorare i suoi ragazzi. Guai grossi. Le sue parole, poi, sono benzina pura. Mai banali, sempre uniche: dopo il 2-0 sul Benfica che regala i playoff matematici, si presenta in conferenza con l'aria di chi ha perso una finale, non una vittoria rotonda. «Sono sereno, eh, ma ho sempre paura di non farcela pure quando ce l'ho fatta. Partita tosta, ci hanno messo in difficoltà dopo mezz'ora, facendoci sudare il pallone come se gli venisse la tosse». La tosse al pallone: solo lui tira fuori perle così, nel deserto di frasi preconfezionate. Spalletti non sta riscrivendo solo la storia della Juventus: sta ridando identità a un popolo che ne aveva sete. Siamo all'inizio, ma il tornado è partito. E guai a chi prova a fermarlo


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