LA CRISI DI PERSONALITÀ DELLA JUVENTUS: LA DIAGNOSI DI SPALLETTI E LA RICERCA DEI "TOP PLAYER"

 


Di Filippo Vagli

Il fischio finale di Juventus-Como 0-2 non è stato solo il termine di una partita persa, ma il rimbombo di una Caporetto interna che ha squarciato il velo sulle attuali fragilità strutturali della Vecchia Signora. Le dichiarazioni post-partita di Luciano Spalletti non hanno cercato alibi tattici né rifugi statistici; il tecnico ha puntato il dito contro un "corto circuito tecnico-psicologico" che minaccia il DNA stesso del club. Non si tratta di una questione di schemi o di condizione atletica, ma di una paralisi emotiva. Nonostante un'organizzazione di gioco che inizialmente appariva solida, la squadra è andata incontro a un crollo verticale non appena l’aria si è fatta rarefatta e il pallone ha iniziato a pesare. La Juventus si trova oggi nel cuore di una bagarre furibonda, compressa in un fazzoletto di punti tra il secondo e il settimo posto, mentre l'Inter osserva dall'alto di una fuga scudetto ormai consolidata. In questo scenario, ogni punto diventa un verdetto. È qui che emerge quella che potremmo definire la "sindrome di febbraio": una patologia sportiva di cui Madama soffre ormai da sei lunghi anni. La sfida imminente contro il Galatasaray in Champions League non è più una semplice partita, ma uno spartiacque esistenziale. Il nervosismo che serpeggia tra i ranghi è il sintomo di una squadra schiacciata dalle aspettative, un malessere che trova la sua espressione più drammatica nei numeri del pacchetto arretrato. La squadra non subisce gol per manifesta superiorità avversaria, ma crolla al primo soffio di vento, lasciando l'estremo difensore in uno stato di solitudine reattiva. L'attuale architettura della rosa svela un errore strategico di fondo: l'eccessiva dipendenza da Kenan Yildiz. Affidare le chiavi della riscossa a un ragazzo non ancora ventunenne non è programmazione, è un azzardo programmatico. Nei momenti di tempesta, la squadra si volge verso il giovane talento sperando nel miracolo, rivelando l'assenza di una spina dorsale di veterani capace di assorbire l'urto delle difficoltà. Professionisti esemplari come Locatelli, Cambiaso e Thuram si sono trasformati in gregari di lusso caricati di una "croce" non commisurata alla loro esperienza internazionale. Sono giocatori di sistema eccellenti, ma non trascinatori naturali. Basti pensare che l’unico titolare ad aver vinto uno scudetto in Italia è Pierre Kalulu (con il Milan), mentre l'atleta più titolato del gruppo è il terzo portiere Carlo Pinsoglio. Il fallimento del precedente esperimento legato a Di Maria, Pogba e Paredes viene spesso citato come prova dell'inefficacia dei grandi nomi. Tuttavia, un'analisi lucida rivela che la strategia era corretta nel merito, ma vittima di un timing letale. L'innesto di quei "top player andato in corto circuito a causa della coincidenza con il primo Mondiale invernale della storia. La kermesse internazionale dicembrina spinse i calciatori a dare priorità alla propria integrità fisica per la Nazionale, trasformando potenziali leader in professionisti distratti dai propri interessi personali. Il progetto non fallì quindi per la qualità degli uomini, ma per un contesto storico irripetibile che annacquò la loro dedizione alla causa bianconera. Per invertire la rotta, la Juventus non ha bisogno di un'altra rivoluzione totale, ma di innesti mirati che sappiano gestire il pallone quando "scotta". È necessario guardare a ciò che l'Inter ha costruito con operazioni silenziose ma devastanti, come l'acquisto di Akanji: giocatori pronti, abituati a palcoscenici dove la vittoria è l'unica opzione accettabile. L'esempio di come un veterano carismatico possa trasfigurare un collettivo — si pensi all'impatto che un profilo alla Luka Modric avrebbe su qualsiasi mediana in difficoltà — deve essere la stella polare della dirigenza. Il mercato dei parametri zero (o dei giocatori in scadenza 2026) offre opportunità per acquisire non solo prestazioni, ma "cultura del lavoro". Questi profili non servono solo per la loro qualità, ma per l'esempio quotidiano e per la capacità di dire ai compagni più giovani: "La responsabilità me la prendo io". La Juventus non può più permettersi di orbitare intorno al quarto posto. Il digiuno di scudetti ha ormai superato i tempi bui del post-Calciopoli, un dato inaccettabile per chi ha fatto della vittoria l'unica cosa che conta. Luciano Spalletti, a quasi 70 anni, vive questa panchina come la sua "ultima grande avventura". Perché questo suo "ultimo ballo" sia vincente, è imperativo togliere la croce dalle spalle dei vari Yildiz e Thuram e affiancare loro leader capaci di assorbire i fischi e gestire i silenzi. Non è un'operazione nostalgia, ma un atto di pragmatismo estremo. Solo restituendo personalità allo spogliatoio la Juventus potrà smettere di tremare di fronte al Como e tornare a occupare il posto che la storia le ha assegnato.


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