LA "MAZZATA DI ISTANBUL" E LE VERITÀ SCOMODE SUL MOMENTO NERO DELLA JUVENTUS
Di Filippo Vagli
Il calcio,
talvolta, è pura sofferenza, ma quella subita a Istanbul è una ferita che va
oltre il semplice punteggio. Tornare dalla Turchia con cinque gol sul groppone
e un'eliminazione dai play-off di Champions ormai in tasca significa avere il
viso tumefatto e l'orgoglio a pezzi. Non è solo una sconfitta: è la brusca
interruzione di un sogno che si trasforma nel risveglio traumatico di chi, da
sei stagioni, si ritrova bloccato nello stesso loop di mediocrità. Per il club
più titolato d'Italia, questa notte non rappresenta un incidente di percorso,
ma il punto di rottura di una struttura che sembra non reggere più l'urto dei
grandi palcoscenici europei. Il divario qualitativo emerso in Turchia non è
un’opinione, è una sentenza tecnica. Mentre il Galatasaray si permetteva il
lusso di tenere in panchina un campiona del calibro di Icardi, la Juventus
rispondeva con l’adattamento forzato di McKennie a "falso nove". Una disparità
di risorse che non è solo un problema tattico momentaneo, ma una questione di
"appeal" internazionale che rischia di fare colare a picco il club.
In termini aulici, la capacità di convincere i grandi nomi a sposare il
progetto bianconero passa anche dalla credibilità che mostri in queste serate;
vedere una squadra costretta a soluzioni d'emergenza contro avversari che
sprizzano talento da ogni poro sposta la percezione globale della Juventus,
declassandola da regina a comprimaria. L'uscita dal campo di Bremer è stata la
scintilla che ha appiccato l'incendio, dimostrando una fragilità strutturale
preoccupante. Senza il brasiliano, la retroguardia è letteralmente evaporata:
il subentro di Gatti ha evidenziato limiti sia di qualità che di personalità,
mentre Cabal ha messo un "carico pesantissimo" sulla gara con
un'espulsione ingenua quanto meritata. Tuttavia, il vero dramma è sistemico: la
Juventus, puntualmente ogni anno, arriva "incerottata" a febbraio, il
mese decisivo. Non si può più parlare di semplice sfortuna; arrivare ai momenti
chiave della stagione senza i titolari e con alternative che falliscono i test
di maturità è il sintomo di un fallimento nella preparazione atletica e nella
gestione della rosa. Resta il dubbio amletico: quanti di questi giocatori sono
realmente "da Juventus" e quanti sono solo comparse incapaci di
reggere il peso della maglia? Luciano Spalletti, nel post-partita, ha scelto la
strada della sincerità brutale, evitando ogni possibile alibi. "Abbiamo
fatto tre passi indietro, non uno." Parole che pesano come macigni e
suggeriscono che il tecnico possa sentirsi "tradito" da una squadra
che non ha risposto alle sollecitazioni. La crisi non è solo nei risultati, ma nella
preparazione della gara, nella tenuta mentale e nella lettura dei momenti
topici. Spalletti è a un bivio e il tempo della carota è finito. Per evitare
che l’attuale momento di crisi non diventi un punto di non ritorno, servirà il
bastone per raddrizzare un gruppo che sembra aver smarrito la bussola proprio
quando il gioco si faceva duro. La qualificazione alla prossima Champions
League è definita "vitale" non per retorica, ma per pura necessità di
sussistenza. Non è solo una questione di mercato, ma di programmazione, un
concetto superiore che determina il futuro istituzionale del club. Senza
l'Europa che conta, la Juventus perde ciò che nel calcio "sposta il
mondo": le entrate garantite. I
ricavi Champions sono l'unico ossigeno per un bilancio che deve sostenere
ambizioni d'élite e rappresentano la possibilità di pianificare investimenti a
lungo termine senza dover svendere i pezzi pregiati. Non solo: hanno un forte potere
di seduzione, inteso come forza per convincere top player internazionali che
non accetterebbero mai una piazza fuori dall'élite europea. Lo status internazionale
è l’unico antidoto per non abituarsi definitivamente all'alone di mediocrità
degli ultimi anni. Il confronto con il decennio dei nove scudetti e delle
finali europee è impietoso. La "stanchezza collettiva" dei tifosi
nasce dal vedere lo stesso film, con attori diversi ma il medesimo finale
amaro, da ormai sei stagioni. Lo stoicismo della piazza è messo a dura prova:
ci si aggrappa a "finte gioie" come le due Coppe Italia e la
Supercoppa vinte nel recente passato, ma sono palliativi che non nascondono il
declino. Il rischio reale è l'assuefazione: abituarsi a lottare solo per
l'obiettivo minimo significa spegnere quel "sacro fuoco" che ha reso
leggendaria la storia bianconera. Non c'è tempo per piangersi addosso. La sfida
contro il Como è già alle porte e richiede una risposta d'orgoglio immediata.
Spalletti deve essere lucido nel tenere la "barra dritta", isolando
la squadra dalle polemiche per centrare quel benedetto e maledetto obiettivo
minimo che garantisca la sopravvivenza economica. Ma oltre i tre punti, resta
un interrogativo che tormenta l’ambiente: è possibile programmare un futuro
vincente se la Juventus non riesce a spezzare questo loop di mediocrità che
dura ormai da sei stagioni?



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