LA METAMORFOSI DELLA JUVENTUS DI SPALLETTI: IDENTITÀ, TATTICA E PROTAGONISTI

 


Di Filippo Vagli

L’insediamento di Luciano Spalletti sulla panchina della Juventus ha impresso una sterzata violenta alla stagione bianconera. In 14 giornate, il tecnico di Certaldo ha messo a referto 30 punti: un ritmo che, in questo scorcio di 2026, vede solo l’Inter (37 punti) fare meglio, in attesa del posticipo del Milan. Se l’impatto iniziale è stato incoraggiante, la vera metamorfosi qualitativa è emersa nell'ultimo mese e mezzo. La Juventus di oggi pare essere un collettivo che ha ritrovato una ferocia e una fiducia che sembravano smarrite nei meandri delle gestioni precedenti.

DALLA DIFESA A TRE AL 4-2-3-1: LA SVOLTA TATTICA

Il percorso di Spalletti è iniziato con un approccio conservativo, mantenendo la difesa a tre ereditata da Tudor. In quella fase embrionale, l'esperimento più discusso è stato l'impiego di Teun Koopmeiners come "braccetto" sinistro. Nonostante lo scetticismo, i dati e le prestazioni dicono che l'olandese è apparso paradossalmente più a suo agio in quel ruolo — forte dei trascorsi in Olanda rispetto alle successive, deludenti prove fornite come mediano o mezzala, dove ha fallito nel dare continuità alle aspettative della società. La vera rivoluzione è però coincisa con il passaggio al 4-2-3-1, un assetto che ha sprigionato il potenziale della rosa attraverso una linea difensiva finalmente solida: Kalulu a destra, Bremer-Kelly centrali e Cambiaso a sinistra. Le vittorie nette contro Sassuolo (3-0), Cremonese (5-0), Napoli (3-0) e Parma (4-1) testimoniano una superiorità schiacciante. Le uniche macchie in un 2026 quasi perfetto restano il pareggio con il Lecce — segnato dal rigore "goffo" fallito da David — e la sconfitta contro il Cagliari, definita un tipico episodio da "sport del diavolo", dove la Juventus ha dominato senza raccogliere frutti.

IL CALCIO "CONTEMPORANEO" DI SPALLETTI: PRINCIPI E FLUIDITÀ

Spalletti ha introdotto il concetto di partita come “scatola vuota da riempire”. La sua Juventus non è prigioniera di un modulo, ma segue un "PlayBook di capacità". La fase di possesso evoca i principi del Manchester City di Guardiola:

Fissare l’ampiezza: Yildiz a sinistra e Conceição a destra dilatano le linee avversarie.

Spazio tra i corpi: L’obiettivo non è occupare una posizione statica, ma accumulare uomini centralmente per manipolare il blocco avversario e trovare corridoi di passaggio nei mezzi spazi.

Fluidità Posizionale: Giocatori "universali" come Cambiaso e McKennie scambiano continuamente i propri compiti, rendendo la manovra imprevedibile.

Attacco alla profondità: Una ricerca ossessiva della rottura della linea, con corse di sacrificio atte a generare sovraccarichi laterali

I PILASTRI DEL CAMPO: MCENNIE E LOCATELLI

Weston McEnnie: Lo "Yesman" Tattico

L’americano è diventato l’uomo ovunque di Spalletti. Evolutosi da finto esterno a trequartista centrale, McEnnie garantisce un volume di corsa d'élite, risultando sistematicamente tra i primi per chilometri percorsi. È la "variabile impazzita": facilita il gioco a uno o due tocchi e agisce come attaccante aggiunto, portando via l’uomo con tagli profondi che abbassano le difese nemiche.

Manuel Locatelli: Contro le "Fake News"

Contro una parte della tifoseria che lo vorrebbe reo del declino del centrocampo, i dati confermano che la progressione del gioco juventino passa dai suoi piedi. È una vera "fake news" sostenere che Locatelli non verticalizzi; al contrario, è tra i migliori in Europa per capacità di superare le linee di pressione. La sua assenza priva la squadra di equilibrio nelle preventive e di pulizia in uscita.

Nota critica su Khéphren Thuram: 

Sebbene in crescita atletica, il francese appare ancora tatticamente immaturo. Emblematico l’episodio contro il Sassuolo, con Spalletti costretto a urlargli ripetutamente: “Keff, gira la testa! Gira la testa!”. Thuram soffre nello scanning e fatica ad assorbire i movimenti degli avversari alle spalle, risultando spesso distratto rispetto alla solidità di Locatelli.

L'ATTACCO NELL'ERA POST-VLAHOVIC: JONATHAN DAVID

L’infortunio di Vlahovic ha accelerato l’inserimento di Jonathan David. Dopo il trauma del rigore fallito a Lecce, il canadese si è rigenerato, diventando fondamentale non solo per i gol, ma per l'intelligenza nel pressing. David è maestro nel creare il “cono d'ombra”: orienta la pressione sul centrale difensivo avversario e scatta con tempi perfetti verso il portiere (come visto contro Meret nel match col Napoli), inserendosi tra le linee di passaggio. Al contrario, Openda appare ancora un corpo estraneo; la sua difficoltà nel costruire il tiro in attacco frontale suggerisce che Spalletti debba lavorare su una convivenza con David per non isolarlo contro i blocchi bassi.

LA SOLIDITÀ DIFENSIVA: IL FATTORE BREMER

Sotto la gestione Spalletti, la Juventus è diventata una squadra difficile da colpire. Il rientro di Bremer è stato il catalizzatore di questo miglioramento. Il brasiliano non apporta solo doti individuali, ma funge da vero "direttore d'orchestra" della linea, posizionando vocalmente Kelly e Kalulu. Questa leadership permette alla squadra di accettare con coraggio la parità numerica e l'uno contro uno a campo aperto.

IL MERCATO INVERNALE E LE PROSPETTIVE FUTURE

La sessione di gennaio è servita solo in parte a correggere i limiti fisici e qualitativi di profili bocciati da Spalletti:

Holm: Prelevato dal Bologna per rimediare alla debolezza fisica di Joao Mario. Lo svedese garantisce una capacità di cross e una fisicità nei duelli aerei superiore a quella di Kalulu.

Boga: Arriva dal Nizza come alternativa a Yildiz. Il suo acquisto è un'opportunità di mercato nata dopo l'aggressione subita dai tifosi nizzardi il 30 novembre, che lo aveva tenuto lontano dal campo.

Con il quarto posto da blindare la Juventus entra ora nel vivo della stagione. Il calendario non concede sconti, né in campionato, né tanto meno in Champions contro il Galatasaray. Se Spalletti riuscirà a mantenere questa fluidità, l'obiettivo non sarà più solo partecipare, ma tornare a dominare.


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