OLTRE IL CROLLO DI ISTANBUL: PERCHÉ LA JUVENTUS DEVE RIPARTIRE DA SPALLETTI

 


Di Filippo Vagli

È legittimo, a distanza di ore, provare ancora un profondo senso di frustrazione per le cinque reti incassate a Istanbul. Non potrebbe essere altrimenti per chiunque analizzi le sorti della Juventus con onestà intellettuale. Il problema, tuttavia, non risiede esclusivamente nel punteggio tennistico subito contro il Galatasaray, ma nell’alone di mediocrità che sembra aver lacerato il tessuto sportivo del club ormai da troppo tempo. Che si tratti di competizioni nazionali o europee, la squadra è stata fagocitata da una spirale di risultati che non corrispondono minimamente al blasone di questa società. Attualmente, l'ambiente è costretto a ingoiare un boccone amaro che però deve fungere da stimolo per un obiettivo imprescindibile: smarcarsi urgentemente da questo stato di torpore. La rabbia dei tifosi è sacrosanta, ma gridare alla rivoluzione totale dopo ogni caduta è un esercizio di dilettantismo che la Juventus non può più permettersi. In questo scenario turbolento, esiste un obiettivo che non ammette deroghe: la qualificazione alla prossima Champions League. Questo traguardo rappresenta lo spartiacque definitivo tra il rilancio e il baratro finanziario e sportivo. Senza l'accesso alla massima competizione europea, ogni discorso sulla rinascita rimarrebbe pura astrazione teorica. Il ritorno nell'élite europea è fondamentale per più aspetti. In primis per la programmazione societaria, con la possibilità di costruire una visione a lungo termine basata su certezze tecniche che possono arrivare solo attraverso quei ricavi economici (che solo la Champions ti può dare) vitali per sostenere il livello competitivo richiesto. D’altra parte, l'equilibrio di bilancio è indispensabile per una gestione moderna ed efficiente capace, inoltre, di attrarre profili internazionali di alto livello, convinti dalla solidità del progetto. L'ambiente juventino soffre oggi di una cronica mancanza di equilibrio, passando con troppa facilità "dalle stelle alle stalle". Solo poche settimane fa, dopo la prestazione di San Siro — dove la squadra ha giocato un intero tempo in inferiorità numerica mostrando cuore, un'identità tattica precisa e una personalità trascinante nonostante le avversità arbitrali — l'opinione pubblica chiedeva a gran voce di "blindare" immediatamente Spalletti. Oggi, dopo il tracollo turco, quegli stessi entusiasmi si sono trasformati in dubbi incondizionati. Questo atteggiamento umorale è il peggior nemico della crescita. Mettere in discussione l'uomo che ha finalmente "acceso l'interruttore" comunicativo e tecnico del mondo bianconero solo per l'ultimo risultato negativo denota una scarsa capacità di analisi del percorso. Spalletti rappresenta l'unico punto fermo in un contesto che necessita disperatamente di stabilità. La Juventus deve interrompere il ciclo di rivoluzioni semestrali che coinvolgono dirigenti, allenatori e calciatori. Il lavoro del tecnico toscano va valutato attraverso un "reset tecnico" che ha come data d'inizio i primi di novembre, momento in cui ha cominciato a incidere concretamente sulla gestione del gruppo. In questo arco temporale, la validità del progetto è emersa in diverse dimostrazioni pratiche quali il coraggio tattico e l’identità, messe in mostra attraverso la capacità di tenere il campo a viso aperto anche in dieci uomini a San Siro. Inoltre, il tecnico di Certaldo sta mettendo in mostra un’indubbia capacità comunicativa. Uno stile autorevole in linea con lo spirito del club, capace di ricompattare un ambiente spento. Anche il pesante 3-0 subito contro l'Atalanta in Coppa Italia, analizzato con occhio clinico, ha mostrato sprazzi di gioco interessanti che il tabellino non restituisce fedelmente. Chi ha visto il match sa che la prestazione è stata superiore a quanto dica il punteggio. Tutto questo nonostante la rosa non sia stata costruita seguendo le indicazioni tattiche di Spalletti. Il passaggio da realtà come il Lipsia o il Lille alla Juventus comporta una pressione psicologica che molti non hanno ancora metabolizzato. Casi come quello di Openda — pagato 43 milioni — o di David e Zhegrova confermano che segnare in Ligue 1 o in Bundesliga è ben diverso dal dimostrare il proprio valore sotto la Mole. Il "peso della maglia" è una variabile che solo il tempo e il lavoro possono gestire. Un problema, quello della qualità della rosa, che non riguarda solo il reparto offensivo, dal momento che il crollo di Istanbul ha evidenziato una fragilità difensiva allarmante. La verità nel calcio è elementare: se prendi tre o più gol a partita, non vai da nessuna parte, indipendentemente dalla qualità della proposta offensiva. L'uscita dalla Coppa Italia e la virtuale eliminazione dalla Champions League sono ferite aperte. Tuttavia, queste sconfitte devono servire alla società per operare scelte drastiche sul mercato, distinguendo finalmente chi è "da Juve" e chi, invece, non riesce a sostenere le ambizioni del progetto. Ora la Juventus si trova di fronte a un "ciclo terribile" che definirà la stagione: Como, il ritorno con il Galatasaray e la Roma. In quest'ottica, serve una strategia lucida: la sfida europea contro i turchi appare ormai compromessa e, se necessario, va quasi "sacrificata" per preservare le energie vitali in vista dei confronti con Como e Roma. Queste due gare di campionato non sono negoziabili se si vuole blindare l'obiettivo Champions League. Spalletti non è il problema, è la soluzione. È l'uomo con l'esperienza e i contenuti necessari per guidare il rilancio. Bisogna restare compatti e sostenere il tecnico per evitare di scivolare nuovamente nel solito "punto di non ritorno", trasformando invece questa crisi nel mattone su cui costruire la Juventus del futuro.

 


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