IL CREPUSCOLO DEL CALCIO ITALIANO: UN FALLIMENTO OLTRE IL CAMPO

 


Di Filippo Vagli

Il calcio italiano non è vittima di un incidente di percorso, ma di un'inarrestabile asfissia strutturale. Siamo immersi in un'atmosfera di distacco emotivo che segnala la fine di un'epoca: quello che un tempo era un dramma nazionale collettivo si è trasformato in una rassegnazione fisiologica. La mancata qualificazione ai Mondiali per la terza volta consecutiva non è più uno shock, ma la conferma di un fallimento a 360 gradi che ha azzerato ogni residuo di dignità internazionale. Se l'eliminazione storica contro la Svezia aveva scosso le fondamenta del Paese, oggi lo stupore è stato sostituito da un'abitudine tossica. Questo cortocircuito sistemico ha normalizzato la sconfitta, rendendo l'insuccesso una componente integrante, quasi banale, del nostro panorama sportivo. Il collasso del sistema affonda le radici in un mutamento sociale che la governance attuale ha colpevolmente ignorato. Esiste una frattura profonda tra il modello calcistico tradizionale e la "Generazione Z", un mercato vitale la cui perdita decreterebbe il fallimento economico definitivo del comparto. Le barriere sono ormai strutturali. È svanito il tessuto sociale dei bambini che giocano nei parchi, dove le porte venivano improvvisate con gli zaini. Venendo meno questa pratica spontanea, si è prosciugata la sorgente primaria del talento naturale. Gli adolescenti manifestano una manifesta incapacità nel digerire un match intero. Il formato tradizionale è percepito come anacronistico e faticoso e la preferenza assoluta si è spostata su contenuti frammentati, come highlights e reels. Catturare l'attenzione di questi nuovi utenti è l'unica via per garantire sostenibilità ai progetti futuri, eppure il sistema sembra incapace di evolvere. Il confronto con le realtà estere, in particolare con la Germania, mette a nudo l'immobilismo italiano. Mentre noi ci arrocchiamo in logiche di potere, altri hanno saputo riorganizzarsi dopo crisi profonde puntando su pilastri diametralmente opposti ai nostri quali una serie di investimenti radicali sui settori giovanili attraverso un lavoro mirato e scientifico sulle attività di base, valorizzando i tecnici federali con le loro competenze messe al servizio della nazione e non delle carriere personali. Infine, in Germania il merito è il criterio guida mentre in Italia vige ancora la logica della vicinanza ai poteri forti. Finché l'appartenenza a determinate cerchie varrà più della competenza, il declino resterà irreversibile. Al vertice della FIGC assistiamo a un esercizio di sopravvivenza politica che rasenta l'assurdo. Gabriele Gravina, descritto come un uomo politico prestato al calcio, ha risposto al fallimento totale rifiutando le dimissioni e blindandosi dietro il rinvio al Consiglio Federale. Si tratta di una mossa puramente tattica: il Consiglio è una vera e propria fortezza politica popolata esclusivamente da alleati e consensi precostituiti. In questo scenario, l'aspettativa di un cambiamento spontaneo dall'interno è vana. Si attende che qualcuno dall'alto si assuma la responsabilità di una decisione forte, o che qualche alleato, annusando un cambio di vento, decida di voltare le spalle al Presidente. È un sistema basato sugli equilibri di potere, non sui risultati del campo. La girandola di nomi sulla panchina azzurra — da Ventura a Mancini, da Spalletti a Gattuso — conferma che il problema non è tattico, ma sistemico. In questo contesto, la vittoria dell'Europeo in Inghilterra è stata, paradossalmente, il colpo di grazia: ha agito come un velo pietoso, un narcotico che ha permesso alla leadership di ignorare le macerie sottostanti. Per quanto riguarda Rino Gattuso, sebbene umanamente possa apparire come la figura con meno colpe per aver ereditato una situazione compromessa, la sua posizione conferma l'inutilità dei soli cambi di guida tecnica. Non basta invocare l'inserimento di campioni conclamati come Alessandro Del Piero o Paolo Maldini come se fossero un interruttore magico per la credibilità. Senza riforme radicali che partano da Coverciano e coinvolgano l'intera Serie A, la scelta dei giusti istruttori basata sul merito e non sulle correnti rimarrà un miraggio. Le ripercussioni di questo fallimento sono devastanti e tangibili: perdita totale della dignità calcistica, crollo dei ricavi, fuga degli sponsor e delle partnership commerciali. Il processo per arrivare a una presa di coscienza sarà con ogni probabilità alquanto farraginoso, fatto di passaggi burocratici, interventi ministeriali e calcoli sulle correnti interne, quando la logica imporrebbe dimissioni repentine. Invece di una reazione naturale davanti a un disastro evidente, assistiamo a un teatrino di mille passaggi istituzionali necessari solo a preservare cariche e posizioni di privilegio. Il rifiuto di assumersi responsabilità dirette di fronte all'evidenza dei fatti rivela una pochezza disarmante. Il calcio italiano non si salva con gli slogan o con i volti noti usati come scudi umani, ma con un azzeramento totale dei vertici. È necessario ridurre sensibilmente l'influenza della politica per riportare il pallone al centro del discorso. Solo l'allontanamento di chi ha gestito questo fallimento e l'attuazione di riforme mirate che premino la preparazione e non il consenso politico potranno restituire un futuro a questo sport. Qualsiasi altra soluzione non è che un rinvio dell'inevitabile agonia.


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