LA JUVENTUS AL BIVIO: CRONACA DI UNA CRISI E IL PESO DELLE SCELTE DI PROPRIETÀ

 



Di Filippo Vagli

L’atmosfera che avvolge l’universo Juventus è attualmente intrisa di una mediocrità e di una tristezza che sembrano aver cristallizzato ogni velleità di rilancio. Non siamo più di fronte a una semplice flessione tecnica, ma alla presa d'atto di un fallimento sportivo conclamato: la probabile esclusione dalla prossima Champions League. Tale esito rappresenta il mancato raggiungimento dell’obiettivo minimo stagionale, un traguardo vitale per la sussistenza economica e il prestigio del brand. In questo scenario, la settimana che conduce al derby si trasforma nel teatro dei processi, dove la gestione societaria viene sottoposta a un'analisi spietata dopo aver dilapidato un vantaggio di cinque punti sulle inseguitrici che pareva inattaccabile solo fino a poche settimane fa. In questa fase di profonda instabilità, emerge con forza la figura di John Elkann. La sua presenza costante — che si manifesta attraverso un vero e proprio tour della proprietà tra i club in Sicilia, i frequenti blitz operativi alla Continassa e la partecipazione fisica alle gare, sia in casa che in trasferta — segnala inequivocabilmente che questa è, oggi più che mai, la sua Juventus. Questa vicinanza non è meramente simbolica, ma rappresenta una mossa strategica per riprendere il controllo del consenso e preparare il terreno a decisioni drastiche. La proprietà è chiamata a esporsi in prima persona, consapevole che l'attuale stallo richiede un intervento verticistico per ridefinire la rotta di una società che appare smarrita. L'analisi della crisi si sposta inevitabilmente sui vertici dirigenziali, dove il metodo di gestione è sotto accusa. La posizione dell’Amministratore Delegato Comolli è al centro di una valutazione che va ben oltre il calciomercato. Il dirigente francese ha vissuto una rapida scalata interna, passando da Direttore Generale a CEO, diventando il vero capo azienda. Mettere in discussione la sua figura significa rigettare integralmente il modello di business e la visione di brand che ha imposto al club, coordinando aree che spaziano dal marketing alla comunicazione fino alle partnership globali. Parallelamente, la posizione di Modesto, il Direttore Tecnico, appare estremamente fragile. Modesto fu inserito nell’organigramma dopo un lungo casting estivo per fungere da punto di riferimento per Igor Tudor durante il precampionato, arrivando ben prima della nomina tardiva del Direttore Sportivo Marco Ottolini, giunto solo a gennaio. Oggi, il ruolo di cuscinetto tra società e squadra svolto da Modesto è oggetto di critica: in un’ottica di riorganizzazione, la necessità di mantenere un uomo ombra non scelto dall'allenatore appare come un di più superato dai fatti. All’interno dell’area sportiva, occorre distinguere le responsabilità individuali con precisione chirurgica. La figura di Giorgio Chiellini non è attualmente oggetto di valutazione critiche: al dirigente non possono essere imputate le scelte di mercato della scorsa estate, né la gestione del caso Tudor, riconfermato con tanto di rinnovo contrattuale per poi essere esonerato a fine ottobre. Il vero paradosso è rappresentato da Luciano Spalletti. La leadership sportiva appare paralizzata dalla rigidità finanziaria del suo contratto: un rinnovo biennale da sei milioni di euro a stagione siglato solo poche settimane fa. Questo tempismo, rivelatosi tragicamente errato alla luce del crollo dei risultati, mette la società in una posizione di scacco. A meno di un passo indietro spontaneo del tecnico, il club è prigioniero di un accordo economico che rende onerosissimo l'esonero, nonostante Spalletti non sia stato in grado di blindare la qualificazione europea nonostante il cospicuo vantaggio accumulato precedentemente. Le ripercussioni della mancata qualificazione in Champions League assumono i contorni di un vero e proprio disastro finanziario. Per chi si occupa dei conti alla Continassa, l'assenza degli introiti europei non è solo una perdita di ricavi, ma una minaccia strutturale alla liquidità del club. Il rischio concreto è legato alle sanzioni derivanti dal mancato rispetto dei paletti imposti dal Fair Play Finanziario. In questo contesto, la Juventus si configura come un caso di riorganizzazione aziendale fallita, dove la proprietà potrebbe essere costretta a un ennesimo intervento economico straordinario per coprire i buchi di un bilancio che, senza l'Europa, diventa insostenibile. L'avvicinamento al derby è segnato da un'apatia collettiva, con la tifoseria e l'ambiente che percepiscono la sfida cittadina come un mero passaggio formale verso un verdetto già scritto. La realtà dei fatti impone al club di ammettere il proprio fallimento sportivo per ritrovare l'umiltà necessaria a una ricostruzione integrale. Tuttavia, ogni scenario futuro passa esclusivamente dalle mani di John Elkann. Sarà la proprietà, nell'immediato post-derby, a decretare chi tra i dirigenti e l'area tecnica potrà ancora far parte della Juventus e chi dovrà soccombere alla necessità di un nuovo, inevitabile, inizio.


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